Occupazione e disoccupazione

Ogni volta sembra che si sia toccato il fondo e si crede che non si possa andare più giù, ecco accadere qualcosa che ci fa ricredere. Mentre da una parte abbiamo dei nuovi futuri disoccupati, le cui proteste sono cominciate nell'intenzionale volume basso (o assente) dei media, dall'altra abbiamo movimenti studenteschi (e non solo) che inveiscono contro tagli e riassestamenti della scuola pubblica.

Si sta facendo maturare e fermentare il terreno per un futuro già disegnato da tempo: ogni cosa deve essere inquinata dal potere del soldo e finire dunque sotto il controllo diretto dei concentratori di capitali. Alcuni dei quali, detto per inciso, ricevono aiuto immeritati dallo Stato, cioè dai cittadini, quegli stessi cittadini che hanno derubato, derubano e continueranno a derubare aumentando il distacco tra il meno ricco e il meno povero.

In questo clima internazionale economicamente teso, si continuano a menare colpi d'ascia a quei settori che sono gli unici in grado di arricchire culturalmente un paese e dare perciò ai suoi abitanti la possibilità di riscattare le proprie vite.

La sto facendo melodrammatica? Forse. Ma intanto ascoltiamo bene come i tizi che siedono su comode poltroncine intendono la democrazia (la loro idea di democrazia).

Intanto c'è il quasi silenzio dei media sulle manifestazioni e proteste contro una legge che eliminerà il precariato in certi settori pubblici; precariato che è in pratica stato il modo di campare di parecchi lavoratori (e sempre per via di leggi e beghe pseudopolitico-burocratiche). E quando poi se ne parla, si lasciano passare frasi grottesche senza sottolinearne la loro illogicità e soprattutto il loro potere offensivo.

Per esempio si lascia che un giovane imprenditore o giù di lì possa affermare che lui uno che aspira al posto fisso, non lo considererebbe proprio per l'assunzione. Dinamismo ragazzi! Si cambia lavoro spesso, e bisogna accettare di buon grado anche lavori per fare i quali le nostre qualifiche sono sprecate. Del resto, come dice qualcun altro, se a certi individui gli si dà troppa sicurezza, sarebbe un po' come ucciderli: meglio tenerli sulle spine dunque.

Nessuno ha obiettato: ma lei quante volte ha cambiato lavoro? Eh no, si dirà: io sono un datore di lavoro, un imprenditore, uno che crea posti di lavoro. Ma anche questo di fatto è un lavoro che crea un reddito; perché queste persone, insieme ai politici, predicano tanto per la flessibilità e poi loro sono statici e rigidi sulle loro poltrone del potere? Facciamo che anche loro possano non avere un contratto rinnovato e debbano riciclarsi che so, come spazzini per esempio, o come camionisti (per poi dopo due anni riciclarsi come tassisti, o come programmatori). Invece no, se ne stanno comodamente sui loro posti fissi e ragionano contemporaneamente sulla flessibilità altrui. Come possono queste persone capire le difficoltà di chi vorrebbe farsi una famiglia e comprare casa ma che non sa quanto e per quanto tempo potrà usufruire di uno stipendio, le difficoltà di persone alla mercé delle esigenze degli imprenditori e delle aziende che domani devono operare dei tagli o riorganizzare il loro settore per massimizzare i loro profitti?

Ecco cosa vuole la loro democrazia: noi docili muli da attaccare ora a questo carro, ora a un altro, per massimizzare i loro profitti (e a noi la biada, tanto per tenerci in vita per tirare altri carri); e sempre con la paura di non trovare carri a cui essere attaccati e dunque di finire per essere inutili1.

Da una parte c'è la disoccupazione dunque, dall'altra ci sono anche gli studenti in protesta e le loro occupazioni contro i mutamenti della scuola (che sono anche una seconda sorgente di nuovi disoccupati). Si sentono frasi illuminate come quella dello psiconano Berlusconi (Beppe Grillo ha ragione sicuramente sulla parte psico-)

Non permetteremo che vengano occupate scuole e Università, perché l'occupazione di posti pubblici non è una dimostrazione o un'applicazione di libertà, non è un fatto di democrazia: è una violenza nei confronti degli altri studenti, nei confronti delle famiglie, nei confronti delle istituzioni e dello Stato. Convocherò oggi il ministro degli Interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere

Naturalmente poi smentite (con che coraggio) dalle seguenti parole, quasi peggiori

Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare ma non può imporre a chi non è della sua idea a rinunciare al suo diritto essenziale. [...] Se ci sarà chi vorrà occupare a prescindere, con opportune azioni di convincimento, e ne ho in mente qualcuna molto spiritosa, bisognerà garantire agli altri che vogliono imparare la possibilità di non essere disturbati da costoro

Sulle prime affermazioni (quelle vere, per così dire), un ospite di Annozero o Ballarò, non ricordo, ha avuto il coraggio di sottolineare: non si occupano posti pubblici. Allora chiedo a questi grandi cervelloni, quali sono i posti che il pubblico (a cui appartengono i posti pubblici) può occupare? Sono le fabbriche private? Sono le proprie abitazioni? Si tratta di una frase di una antidemocraticità ingenua (si fa per dire) e disarmante.

Poi, in che senso sarebbero una violenza nei confronti delle istituzioni e dello Stato? Si tratta di un non senso assurdo: manifestare il proprio dissenso attraverso cortei (che occupano suolo pubblico, piazze pubbliche etc.) o occupazioni di edifici pubblici è di fatto l'unica forma di protesta democratica attiva che si può usare. Per Berlusconi è evidentemente una violenza inaccettabile manifestare contro il Governo (il suo solo, è ovvio): il cittadino non deve farlo, perché ciò è violenza contro le istituzioni e contro lo Stato... In pratica il cittadino, se vuole protestare, deve farlo in modo da non rompere i coglioni!

Che dire di quel violenza contro gli altri studenti? Sulla questione si può argomentare, ma non senza dati; ma bisogna anche considerare una violenza l'agire di qualunque governo democratico, poiché questo nel peggiore dei casi accontenta solo 51 persone su 100, e dunque è violenza contro ben 49 persone su 100. Sono le regole (semplificate per esemplificare) della democrazia. Perché quando fa comodo le minoranze, pur essendo rispettate e tutelate, sono destinate a non avere peso e invece in altre situazioni esse possono diventare così importanti da vincere? Qualcuno obietterà che i protestanti sono in minoranza rispetto agli studenti vogliosi di studiare (e menefreghisti del loro futuro ma soprattutto del futuro di chi verrà dopo di loro) e non viceversa. Ma qui bisognerebbe citare dati; la mia impressione e sensazione è che non sia affatto così.

Naturalmente la smentita è puro fumo negli occhi; figurati quanto a un Berlusconi frega degli studenti che vogliono imparare. L'unica cosa che si impara qui è che protestare è impopolare e la vera natura della democrazia salta fuori: puoi dissentire, basta che non lo fai troppo rumorosamente e non ci intralci —in poche parole basta che non rompi i coglioni. Altrimenti? Altrimenti si mette in moto la macchina mediatica, che concentra l'attenzione su inutili dettagli, nascondendo il disegno generale, o su fatti intenzionalmente creati (come lo spettacolare scontro studenti Destra–Sinistra) per indurre il disgusto in quell'essere impalpabile chiamato opinione pubblica (la bestia)

A me qui non premeva parlare delle riforme, dei decreti, delle loro conseguenze: che il mondo occidentale democratico si sta sgretolando ed è destinato ad allevare cittadini silenziosi, mediamente ignoranti, acritici ed ubbidienti (cioè secondo un altro vocabolario civili), con una alta frequenza di riciclo e ricambio allo scopo di massimizzare i profitti di qualche azienda, non da ultima l'azienda Italia (tra le altre), mi pare un fatto palese. Volevo più che altro porre l'accento proprio sugli evidenti indizi, su come il processo, iniziato e ben avviato, venga spudoratamente e sfacciatamente mostrato attraverso le parole, e su come quei pochi strumenti democratici rimasti vengano sbeffeggiati; tutto nel silenzio quasi totale del menefreghismo individualistico che l'insano capitalismo è in grado di instillare. Tutto si incrastra alla perfezione.




1 Il problema è sempre lo stesso: l'efficienza produttiva è tale per cui in verità molti lavori non servono; lavorare serve sempre però, addirittura la nostra costituzione dice (secondo me anacronisticamente) che l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro è l'unico modo per ottenere il potere d'acquisto necessario per accedere ai beni e ai servizi prodotti dalla società. Dunque i posti di lavoro vanno inventati. La parte utile (con lavoro reale) della società potrebbe benissimo sostenere i costi necessari per mantenere dei disoccupati (cioè fornire una specie di stipendio da disoccupazione), ma questo è naturalmente improponibile: perché mai dovrei dare i miei soldi a uno che non fa niente dalla mattina alla sera mentre io mi spacco la schiena? E naturalmente ci sarebbero sempre i furbi, cioè coloro che pur potendo avere un lavoro vero, preferiscono fare i disoccupati per prendersi i soldi e non fare nulla (un simile stipendio però secondo me non dovrebbe superare gli 800€ e soprattutto le persone che ne usufruiscono devono essere monitorate per assicurarsi che non abbiano fonti di reddito di altro tipo, le quali a questo punto vanno a diminuire la somma corrisposta come sussidio). Ho sintetizzato molto, ma basta rifletterci un po' per capire che anche le nuove dinamiche lavorative non sono altro che la dimostrazione che moltissime persone in realtà non servono, per la maggior parte del tempo, al mercato del lavoro.


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